The power of collaboration

“How many sides do you see?”
“One,” I said.
He pulled the box towards his chest and turned it so one corner faced me.
“Now how many do you see?”
“Now I see three sides.”
He stepped back and extended the box, one corner towards him and one towards me.
“You and I together can see six sides of this box,” he told me.

—Eber Hampton (2002) | The Circle Unfolds

Qui, seppur altrove

telelavoroDa circa un paio di mesi sto sperimentando il telelavoro, che – nel mio caso – significa  essere dotati di un PC, una rete wi-fi, cloud computing e piattaforme di e-collaboration (Minigroup e/o Podio), un account Skype e, soprattutto, svolgere la abituale professione a circa 300 km dalla sede fisica del datore di lavoro.

Ad eccezione della prima settimana, periodo che considero di adattamento (abituarsi al silenzio e alla solitudine in primis), trovo che sia un’esperienza complessivamente molto positiva, seppur non adatta a tutti. Ho cercato qui di fare un’analisi il più possibile oggettiva di questa esperienza che, va detto, si concluderà a breve termine, e i punti chiave sembrano essere i seguenti:

Tipologia di lavoro

Il telelavoro non si sposa con tutti i profili professionali.
Io ad esempio mi occupo di progetti web, vivo in simbiosi quasi totale con la rete e i miei compiti prevedono un ampio grado di digitalizzazione. Farei fatica ad immaginare lavorare a distanza una persona che utilizzi strumenti a basso grado di tecnologia per svolgere le sue mansioni abituali (es. servizi di produzione) , oppure che svolga mansioni per le quali la presenza fisica è predominante (es. servizi di sportello o eventi).

Contesto di vita/famigliare

Indubbiamente lavorare da remoto favorisce la conciliazione famigliare: solo se si pensa all’abbattimento dei tempi di trasferimento casa-lavoro quotidiani, ci si può fare un’idea del tempo che si riesce a riversare a favore del tempo libero/gestione della casa/gestione dei figli.
Tutto ciò potrebbe risultare, per contro, di scarso interesse per chi invece non ha queste necessità e preferirebbe quindi investire tutto il tempo disponibile nella professione/carriera/scambi di conoscenza con colleghi.

Carattere

Non nel senso qualitativo del termine, ma di tipologia o di caratteristiche possedute: è necessario saper stare (bene) da soli, riuscire a passare anche buona parte del tempo della giornata in silenzio, con poche interazioni – anche se capita di rado, ad essere sinceri – riuscendo a rimanere concentrati e attivi.
Una persona che ha necessità di contatto visivo frequente e di stare in mezzo agli altri, o che ha difficoltà a stare da solo o a lavorare in totale autonomia, potrebbe soffrirne o arrivare a vivere male questo tipo di  dimensione professionale.

Età

Sì, mi sono convinta che giochi un ruolo tutt’altro che secondario anche il fattore anagrafico. Credo sia più facile, per una persona vicina ai quaranta, che ha raggiunto una certa maturità professionale, esperienza e acquisito un buon grado di padronanza organizzativa e di metodo, svolgere il proprio lavoro ovunque si trovi. Un “giovane” potrebbe fisiologicamente aver bisogno di avere vicino a sé un modello, qualcuno da cui imparare o da cui trarre ispirazione o, più semplicemente, desiderare di essere in mezzo a suoi pari.

Disciplina

All’inizio molti, tra colleghi e amici, mi chiedevano se era bello poter lavorare in pigiama. Al di là delle battute, più o meno divertenti, è parecchio diffusa la credenza che il telelavoro si possa svolgere in totale relax e con un dress code diciamo “poco formale”.
Io non l’ho mai fatto, non perché penso sia in generale poco opportuno, sicuramente c’è chi è abituato a farlo e si trova a suo agio. Penso che sia poco adeguato a me. Mi sono imposta di prepararmi esattamente come se dovessi andare in ufficio (quindi: sveglia-doccia-trucco-pettina-vestiti-profumo), è una ritualità che mi fa sentire più attiva e pronta per la giornata.

Socializzazione

Da non sottovalutare. Sia quella relativa alla sfera lavorativa, sia quella riguardante l’ambito privato. Altrimenti davvero si rischia l’isolamento, a lungo andare.
Io ad esempio ho concordato giornate di trasferta cicliche e posso quindi vedere i miei colleghi anche di persona, oltre che via conference call (grazie Skype!), e la sfera privata è in continuo divenire, grazie anche al trasferimento – avvenuto da poco – della famiglia in un’altra regione italiana.

Le mie parole chiave, dunque, per dire telelavoro: flessibilità, indipendenza, densità, libertà, benessere.

“Da vicino nessuno è normale”

United States Sanitary Commission recordsNegli ultimi tempi mi è capitato di lavorare – su progetti web di media entità – insieme a collaboratori occasionali che, al mio grido di Munch “bello, peccato non sia accessibile”, avrebbero voluto essere avvisati prima dell’avvio progettuale della necessità di essere anche accessibili.
Sostenitori di una filosofia avente come core “le cose belle difficilmente possono anche essere accessibili”.

“avvisare prima”?
“necessità di essere anche”?

Io in questi anni ho maturato questa idea: è vero, lavoro per un ente pubblico e sono obbligata a progettare siti accessibili, come vuole la Legge Stanca, ma esiste anche una sensibilità e un credo verso l’importanza sociale dell’accessibilità.

Non è soltanto un dovere o un limite imposto, è una sfida, è creatività. È uno dei valori di qualità di ogni prodotto, sistema, sito.

Le cose belle possono essere anche accessibili. Ma bisogna essere bravi e bisogna aver studiato. Questa è la vera provocazione, lo stimolo all’inventiva.

È necessario (ancora oggi, sì) diffondere questa convinzione, quasi fossimo davvero evangelisti, allo scopo di cambiare il modo di pensare a come si comunica e a come si può migliorare la fruibilità dei contenuti e delle informazioni presenti in rete per TUTTI.

Siamo tutti diversamente abili, siamo tutti, per periodi più o meno prolungati, handicappati.

Ci sono persone, tante, con differenti gradi di handicap visivi, cognitivi o motori.
Ma pensiamo anche ai presbiti, alle persone di una certa età per le quali l’uso delle tecnologie può apparire complesso, alle persone che vivono in paesi meno sviluppati con accesso alla rete limitato, alle persone che hanno estrazioni socio-culturali differenti dalle nostre e la cui comprensione del linguaggio può sembrare ristretta…

Non dovrebbero esistere i “passaggi secondari” o “se lo vuoi bello allora rinuncia al fatto che sia anche accessibile”: l’accessibilità va naturalmente introdotta e resa fruibile da tutti.

Equality <=> E-quality

Orgoglio e aiuto

Stare insieme.
Prendersi le mani, stringersele vicendevolmente.
Accarezzare i bambini e disegnare con gesso colorato il gioco del mondo, perchè continuino a sorridere.
Lavorare, ricostruire, comunque e subito.
Piangere, ma rialzarsi e continuare.
Contro la paura, con orgoglio e rispetto verso l’altro.

Questo sto imparando da loro.

Questo possiamo fare, intanto: donare, ora, e passare parola.

20120612-222748.jpg

Blindness

Oggi ha preso vita [in Italia, in Cina è stato lanciato già un paio di settimane fa] il nuovo progetto al quale ho lavorato negli ultimi tempi: si tratta del sito web “Chinese” del Politecnico di Milano, sviluppato interamente in lingua cinese e dedicato agli studenti cinesi che, si presume e si spera, verranno a studiare in italia in futuro:

PoliMi Chinese [for prospective students]

È stata per me, come architetto dell’informazione, un’esperienza professionale nuova, permeata costantemente dalla sensazione di lavorare alla cieca.

Le difficoltà sono nate fin da subito, già dalla fase di analisi e benchmarking dei siti in lingua cinese, universitari e non: è stato chiaro immediatamente che da sola non avrei potuto farcela, per difficoltà legate alla comprensione linguistica ma anche per gli approcci comunicativi (e usanze, e tabù, e utilizzo dei colori) completamente differenti dai nostri.

Ho dovuto quindi rassegnarmi all’idea di avere costantemente al mio fianco una persona che comprendesse tutte queste sfumature, oltre a conoscere naturalmente la lingua cinese. Una persona però totalmente a digiuno di competenze di information architecture e user experience, dalla quale dipendere, mio malgrado.

La vera sfida è stata quindi quella di decidere certamente l’organizzazione dei contenuti, ma senza poter essere autonoma nella loro selezione e stesura e, soprattutto, nella definizione del labeling. Non si è trattato infatti di un semplice lavoro di traduzione dall’italiano o dall’inglese, ma di adattamento del contenuto alla tipologia di utenti che hanno una cultura, una mentalità e un modalità di comunicare diverse dalla nostra.

Pensiamo al payoff, ad esempio: immaginate di avere un’idea, anche buona, che in italiano ha una certa resa. Anzi, è addirittura evocativo. O un gioco di parole.
Ma che in cinese, semplicemente, non si può dire.
Perchè non è educato.
Perchè non è opportuno.
Perchè non si può prescindere dal saluto iniziale.
Perchè cambia di significato.
La traduzione diventa un nonsense, il payoff si trasforma radicalmente e voi non potete farci nulla.

Questo esempio, come principio, va spalmato su quasi tutti gli step affrontati durante la progettazione e ammetto che, a volte, è stato frustrante.
O ridicolo in certi frangenti, come il test di usabilità fatto con simpaticissimi e disponibili ragazzi cinesi condotto attraverso un intermediario…

Ma la lezione è stata nel complesso positiva:

  • per aver approfondito un poco la conoscenza di una realtà così profondamente diversa dalla mia
  • per aver avuto l’opportunità di studiare e adattare gli strumenti alla lingua e ai suoi segni (penso ad esempio al CMS, anch’esso reso bilingue e unica fonte per noi di comprensione del sito, alle tastiere, ai browser)
  • per aver imparato, non senza fatica, ad adattarmi a circostanze inconsuete
  • per aver cercato di mantenere alta la bandiera dell’usabilità quanto possibile, seppur “bendata”
  • per aver imparato ad amare ancora di più Chrome e il suo traduttore.
P.S. Grazie Clara.