Bibliohackaton: verso i beni comuni digitali

Bibliohackaton | FBK

——> foto di Niccolò Caranti

È così: nelle ultime settimane ho assistito ad un’alta concentrazione di iniziative molto interessanti, come ad esempio la Bibliohackaton, che si è tenuta il 25 e 26 novembre presso la FBK di Trento – Fondazione Bruno Kessler, una delle realtà di ricerca di eccellenza trentine.

Che cos’è una bibliohackaton?

Ce l’ha spiegato Maurizio Napolitano, ricercatore presso la FBK, esperto italiano, fra le tante cose, di opendata e OpenStreetMap: è l’incontro e la condivisione di conoscenza al fine di generare contenuti, attraverso canali digitali, in questo caso attinenti alle biblioteche, in modalità “maratona”.

Gli obiettivi:

  • riuscire ad integrare la carta con il digitale, portando nuova cultura sul web
  • far conoscere i progetti della Wikimedia Foundation e condividerli con le persone/operatori interessati
  • fare formazione sugli strumenti (tools) per capire come muoversi rispettando le regole, ad esempio i diritti d’autore -> oggi talking domani making!

Il diritto d’autore non nasce con la rivoluzione Gutenberg: con l’avvento della stampa, anzi, a metà ’500 in Inghilterra furono concessi i diritti di copia (copyright) agli editori, gli stationers. Venne di fatto conferito un monopolio sulla stampa: riuniti in corporation, gli stampatori approvarono uno statuto che dette loro il monopolio esercitato in accordo con la polizia del regno.

Il diritto d’autore nasce in contrapposizione a questa politica soltanto nel ’700, a favore della libera circolazione delle idee, dell’accesso alla cultura e alle informazioni, quando viene rimosso il monopolio e il potere esclusivo agli stampatori. Questo ha incentivato gli autori a creare opere intellettuali con diritto di escludere altri affinché guadagnino dalla fruizione dell’opera.

Oggi, con l’avvento del digitale, pubblicare è diventato un processo semplice, e copiare fin troppo facile. Il dibattito quindi è incentrato soprattutto sulla proprietà d’autore, che non deve però rappresentare un “feticcio” da temere: è necessario favorire gli strumenti di condivisione della conoscenza e del sapere, che ci accompagnano da un punto di vista tecnologico ma anche giuridico, prevedendo forme di licenza dei diritti, forme che sono molto spesso libere – come ad esempio le licenze copyleft.

Tre gli strumenti che vengono approfonditi nel corso del seminario:

  1. Wikimedia Commons -> archivio condiviso nato per uploadare immagini, suoni e video distribuibili
  2. Wikisource -> biblioteca digitale wiki di testi liberi da diritti d’autore. La comunità inserisce, trascrive, corregge i testi
  3. Wikidata -> è un progetto recente, nato un anno fa circa, e serve a centralizzare dati e collegamenti fra progetti, creare query automatiche, reusable data. Ha in futuro, tra gli altri, l’obiettivo di raccolta metadati.

OSM

Dulcis in fundo, un accenno ad OpenStreetMap [OSM]: meraviglioso progetto in divenire che sta alle mappe del mondo come Wikipedia sta all’enciclopedia costruita in rete da ogni singola persona. È libera, open, accessibile, esportabile, customizzabile, 3D e talmente capillare che, volendo, si possono mappare persino le fontanelle…, insomma ha un potenziale incredibile e c’è anche la comunità italiana.

Credo che cercherò di capire, a breve, come farne parte.

La qualità della vita

TEDxTrento

Era da tanto che desideravo assistere di persona ad una conferenza TED e sono particolarmente felice di esserci riuscita proprio nella città che mi ha, già da un po’ di tempo, adottata.
Nel pieno rispetto della sua filosofia, l’evento, che si è svolto al Teatro Sociale, una location bellissima – è stata una carrellata – molto ben orchestrata dagli organizzatori – di relatori appartenenti a differenti discipline e specializzazioni (dai ricercatori sull’autismo infantile, all’ingegnere informatico, al designer della partecipazione, alla scienziata ribelle), che hanno condiviso con il pubblico le loro esperienze e idee – davvero degne di essere diffuse (ideas worth spreading) – riconducibili ad un unico tema: la qualità della vita.

Come migliorare la nostra vita. E come migliorarla agli altri.
O viceversa, ché tanto ha proprietà transitiva, poi.

Ho potuto ascoltare solo gli interventi del mattino, putroppo, e mi sono consolata promettendo a me stessa di tornarci l’anno prossimo, spargendo la voce:

  • grazie Luciano Moccia, che ci hai raccontato del progetto Breath of life, con il quale cerchi di salvare più neonati possibile in paesi del terzo mondo, rendendolo appropriato, tecnologico e, soprattutto, sostenibile nel tempo
  • grazie Alberto Sanna, per aver parlato di User eXperience a TED! La tua “ingegneria della consapevolezza” fa in modo che i feedback tecnologici e il controllo delle informazioni siano in mano alla PERSONA, e non ai sistemi
  • grazie Francesca Cagnacci, per averci saputo raccontare di metodo scientifico, importanza della misurazione ed ecologia da un punto di vista animale con un approccio poetico
  • grazie Francesco Levantini, per aver affrontato il difficile argomento dei bigdata passando per la Biblioteca di Babele, internet e l’ipertesto, fino all’intelligenza collettiva come modello che sottintende alla loro comprensione
  • grazie Cristina Molinatti e Massimo Zancanaro, che (finalmente) avete parlato di autismo e di come la tecnologia possa e debba essere al servizio della terapia, pur restando i n v i s i b i l e
  • grazie Dante Donegani e Giovanni Lauda, per averci offerto un nuovo modo di vedere la casa, spazio di vita, liberandola da tutto ciò che non è fruibile, utile, funzionale
  • grazie Ilaria Capua per aver parlato – dimostrando di farlo ogni giorno, ché le parole non bastano) di coraggio di cambiare, di abbattere i dogmi e i pregiudizi che ci impediscono di associare il concetto di eccellenza a realtà di PA , in Italia. Da oggi, sei il mio mito
  • e infine, grazie a Derrick de Kerckhove, per la storia sulla rete, i bigdata, le mappe emozionali, la misurazione dei sentimenti di comunità e i concetti di felicità (o infelicità) urbana.

I video di tutti gli interventi sono disponibili qui: http://new.livestream.com/accounts/50006/events/2560590

Tra un ‘algoritmello’ e l’altro

La sintesi di un evento così speciale, il Summit Italiano di Architettura dell’Informazione, è racchiusa in questo concetto: far parte* di un tutto.

Parte* s. f. [lat. pars partis] – ciascuno degli elementi in cui un intero è diviso o può essere diviso, sia che essi siano materialmente staccati l’uno dall’altro, sia che possano essere soltanto considerati separatamente, per caratteristiche, funzioni, qualità proprie (e spesso anche per nomi diversi); quindi, in genere, entità che, insieme con altre entità, forma un tutto.

digitaleèrealeEcco cos’è stato per me. Un “tutto” – un intero – eterogeneo di persone, menti, cuori, domande, risposte, competenze, risate, idee, professioni, slide, ahmaseitu?, tiseguodaparecchiosuTwitter, algoritmelli, visi conosciuti e occhi nuovi.
Lo aspettavo da tanto, l’ho atteso per ben più di un anno e alla fine non mi ha delusa, anzi. Mi ha arricchita di esperienza e sapere, certamente, ma mi ha anche resa più forte, più consapevole di far parte di una comunità che ora si estende in mille direzioni differenti ma con un unico nòcciolo: il desiderio di abbattere le barriere tra digitale e reale, di progettare la migliore esperienza possibile per le persone, per rendere la loro vità un po’ più facile anche soltanto dal punto di vista dell’accesso e della fruibilità delle informazioni.

Non so se esiste un altro evento così, che quando ci sei hai la sensazione di bere una birra tra amici mentre il tempo vola, e ancor prima che finisca ti ritrovi a pensare a quando sarà il prossimo.

Il mio workshop per Architecta

Condivido qui le slide del workshop che ho tenuto al VII Summit di Architettura dell’Informazione il 15 novembre, a Bologna. A breve un post dedicato.

Dialettiche che generano idee

Ieri sono stata al Festival dell’Economia a Trento e, tra tutte le iniziative presenti, sono rimasta molto colpita dal format <Il lavoro? Crealo!>, organizzato da Euricse e HUB Rovereto, un luogo dove, da una parte, giovani imprenditori hanno potuto confrontarsi tra loro in maniera diretta, tra chi l’impresa la fa e chi vuole iniziare a farla, e dall’altra relatori provenienti da differenti settori a portare esperienza e case histories.

Interessantissima la dialettica tra Luca De Biase e Gianluca Salvatori, che ripropongo qui in sintesi:

DeBiase e Salvatori | Trento

Salvatori sostiene che la parola start-up, forse abusata negli ultimi tempi e significativa solo in realtà quali la Silicon Valley, non è sufficiente per introdurre innovazione e cambiamento in Italia. È necessario iniziare ad usare parole come:

  • slow start, imprese innovative a crescita non esplosiva ma controllata e permeate nel contesto territoriale in cui nascono e da cui non possono e non devono prescindere
  • asset pazienti, cioè possibilità di ricevere finanziamenti a medio-lungo termine, che concedano realmente il tempo di crescere e svilupparsi
  • garages multipiano, cioè spazi condivisi in cui favorire le interazioni e le competenze trasversali tra i giovani imprenditori, dove poter generare conoscenza e valore.

De Biase aggiunge che oggi, in Italia ma non solo, il capitale non c’è. Che fare, dunque? Le imprese innovative nascono ed esistono nel nostro paese, ma per farle sopravvivere occorre:

  • introdurre un abbassamento della pressione fiscale
  • attuare una significativa riduzione delle difficoltà dovute all’eccessiva burocratizzazione
  • favorire la contaminazione delle imprese tradizionali, unica speranza di crescita e rilancio delle imprese innovative (un esempio su tutti: le imprese di abbigliamento dovrebbero saper ascoltare e tenere conto delle necessità nate con l’utilizzo di nuovi device, quali smartphone o sensori di movimento, i nostri indumenti dovrebbero poter essere modificati per darci nuove esperienze d’uso)
  • dare una strategia a tutto questo per far ripartire le imprese e le attività.

Le start up in Italia sono nate, esistono e generano economia: pensiamo ad Arduino di Massimo Banzi, a Zooppa, a Paperlit … è fondamentale riuscire a far leva e a creare un sistema integrato fra ciò che esiste ed è radicato sul territorio e ciò che sarà, il futuro e l’innovazione.

The power of collaboration

“How many sides do you see?”
“One,” I said.
He pulled the box towards his chest and turned it so one corner faced me.
“Now how many do you see?”
“Now I see three sides.”
He stepped back and extended the box, one corner towards him and one towards me.
“You and I together can see six sides of this box,” he told me.

—Eber Hampton (2002) | The Circle Unfolds